Nell'ultimo periodo, una parola torna a bussare alla porta delle mie giornate professionali e personali: impotenza. La incontro negli sguardi dei colleghi e nei racconti delle famiglie, in quel continuo oscillare della responsabilità tra ciò che spetta a "me" e ciò che spetta a "te". È un confine sottile, dove si rischia di stringere troppo la presa o di mollare del tutto.
Davanti a questo scenario, scelgo di seguire il mio filo conduttore e di rilanciare con una proposta: proviamo a pensare a un gioco di equilibrio.
Cosa accade nel cuore di un genitore che si ritrova a gestire, in profonda solitudine, le tappe più complesse della crescita di un figlio?
Come professionisti della cura e dell'educazione, siamo abituati a guardare le famiglie dall'esterno, analizzandone fatiche, ritardi o reazioni. Se però facessimo un piccolo passo indietro per abitare la loro prospettiva, troveremmo un mondo emotivo ricco e fragile, che chiede solo di essere accolto con immensa delicatezza.
Quel peso invisibile: quando l'aiuto manca e subentra il burnout
Quando un genitore non si sente sostenuto o non possiede gli strumenti adatti per affrontare una situazione difficile, rischia di scivolare in quello che Robert Carkhuff definisce un vero e proprio collasso motivazionale. È il burnout genitoriale: un momento doloroso in cui si perde la spinta ad agire e si tende ad abbandonare la responsabilità, non per disinteresse, ma per sfinimento.
È un meccanismo psicologico subdolo, noto come "impotenza appresa". Se un padre o una madre si spendono con tutte le loro forze senza vedere risultati, a causa della mancanza di una rete o di strategie efficaci, non riescono a ricaricare le proprie energie interne. Il feedback che ricevono è solo un costante senso di fallimento che ferisce l'immagine di sé. Questo circolo vizioso trasforma il genitore – che per natura dovrebbe essere la figura di accudimento (l'helper) – in una persona fragile che ha disperatamente bisogno di essere sostenuta a sua volta (l'helpee).
Non "addestrare", ma accompagnare verso l'autodeterminazione
Come possiamo intervenire noi, nel nostro ruolo di professionisti dell'educazione? La risposta non sta nel dare ricette pronte o nel "formare" nel senso rigido di dare una forma prestabilita. La nostra responsabilità più grande è quella di favorire l'autodeterminazione dell'altro, attraverso la scoperta di sé e delle proprie emozioni.
Questo significa:
- Accogliere senza giudizio e autenticamente: Mostrare al genitore dove si trova in quel momento rispetto al problema, aiutandolo a fare chiarezza nel suo vissuto.
- Camminare accanto: Accompagnarlo verso una nuova prospettiva senza sostituirsi a lui, dando il giusto valore alla persona che si ha di fronte. Jesper Juul direbbe: coltivare un rapporto in pari dignità.
- Restituire autonomia e integrità: Permettergli di riprendersi la piena responsabilità delle proprie scelte, valorizzando le sue competenze e il suo essere l'unico vero "esperto" di suo figlio e del loro sistema unico.
In questo modo, la relazione educativa diventa generativa per tutti. Trovare un equilibrio tra ciò che è mio e ciò che è tuo, tra fare ed essere, custodendo la nostra autenticità, integrità, valore e responsabilità è fondamentale. È proprio questo nostro starci in pienezza e con stabilità a fare la differenza: è il nostro potere più grande, l’energia che alimenterà la relazione e farà crescere le singole persone al suo interno.
Dall'impotenza alla speranza: il vero significato dell'Empowerment
Il passaggio cruciale è quello che trasforma l'impotenza in "speranza appresa" (learned hopefulness): quel momento in cui una persona torna a sentire fiducia nelle proprie risorse e guarda al futuro con occhi nuovi. Come ci ricorda Domenico Simeone, questo è il cuore dell'empowerment: far sentire la persona capace e potente nei confronti della propria vita.
Per questo motivo, percorsi come il Parent Training non possono essere ridotti a semplici "corsi di addestramento" per mamme e papà, privi di attenzione all'emotività e alle dinamiche familiari. Devono essere spazi caldi di sostegno, pensati per far rifiorire l'intero sistema.
In quanto educatori e insegnanti, la nostra missione più alta è far emergere il potenziale nascosto che ogni famiglia custodisce. Siamo chiamati a essere custodi di questa consapevolezza, assumendo il ruolo di catalizzatori di cambiamento e di speranza.
Abitare lo spazio oltre le righe: per una pedagogia dell'incontro
Mi ritrovo spesso a riflettere sui confini invisibili che abitiamo ogni giorno. Mi muovo tra i miei diversi ruoli: sono una mamma che il mondo vede nello spazio della "normalità", ma sono anche la mamma di una bimba speciale, che vive e fiorisce in uno spazio tutto suo, un po' oltre le righe standard della pagina. Al tempo stesso, porto con me l'identità di educatrice, pedagogista e insegnante.
Proprio da questo osservatorio così sfaccettato, a volte avverto la scuola come un luogo che rischia di chiudersi in se stesso, faticando a comunicare con l'esterno. Mi capita di ascoltare parole che, quasi senza volerlo, creano distanze. Le più diffuse sono paroline semplici, ma pesanti: noi (insegnanti) e voi o loro (alunni, genitori, educatori, specialisti).
E allora, da professionista e da madre, mi sorge spontanea una domanda che vuole essere un invito alla ricerca condivisa: ma davvero ci servono queste righe di separazione? Abbiamo davvero bisogno di questi confini per definire chi siamo?
Forse la vera sfida comune è proprio questa: provare a superare quei margini invisibili, per darci la possibilità di abitare insieme uno spazio nuovo. Un luogo "oltre le righe", in cui smettere di accostare i ruoli e iniziare, finalmente, a incontrarsi.
Per approfondire:
- Carkhuff, R. R. (2010), L'arte di aiutare. Guida per gli operatori della relazione d'aiuto, Trento, Erickson.
- Juul, J. (2001), Il bambino è competente. Valori e conoscenze per i genitori d'oggi, Milano, Feltrinelli.
- Simeone, D. (2008), La consulenza educativa. Dimensione pedagogica della relazione d'aiuto, Milano, Vita e Pensiero.





